mercoledì 18 novembre 2020

Un anno fa

Una mattina di sole autunnale dentro quest'aula dal cupo colore filtra la luce, colpisce lo strale memoria viva d'un vivo dolore. Erano pugni assestati nel cuore sentire quel nome che era il tuo male e sognare: di afferrare il bubbone nero che era in te già oste letale e renderlo a Dio, crudele e fero.

domenica 8 novembre 2020

Novembre 2019

Forse perché abbiamo respirato nubi dense di dolore, ma stasera la luna è limpida e grande su Villa Petraia Galleggia e ride, la luna, beffeggia noi che portavamo il destino scritto, così, tra le mani.

Restare

Mi hai attraversata, andandotene, come un lanciafiamme. Tutto è fermo. Non mi resta che restare a guardare, da questa finestra, di nuovo i tigli perdere le foglie e scoprire le gazze lunga coda, per poi piangere gemme all'inizio di una nuova primavera. Forse, sbigottita, a contemplare la Luna che porta ancora scolpiti nel volto i tuoi occhi dolenti, assenti.

venerdì 6 marzo 2020

Rap Diem

Guarda, impara
sta passando la mia bara.
Non farti la croce
la morte è precoce:
anche per un centenario
resta un fatto straordinario.
Guarda, rifletti
nota intorno quanti inetti
con lo sguardo grigio e ottuso
il cervello hanno in disuso.
E tu, Leuconoè,
non ti chiedere perché
con sorriso e ironia
mesci il vino e vieni via!

domenica 1 marzo 2020

Sorelle

Abbiamo imparato a camminare
Sui carboni ardenti
A passi lenti
Verso il destino
E ancora sbracciamo
Tentacolanti
Come un coniglio vivo
In bocca ad un mastino.

Dialogo


Adesso.
Il tuo ritorno all’Universo ha spezzato il mio tempo a metà.
Di là il tempo della mano nella mano di papà;
resta il tempo di sopiti scontri,
resta il tempo dei nostri caffè.
Anche se lo sguardo si perde perché
Non ha più termine in te,
di qua la mia anima è meno meschina
perché ti contiene
come materia divina.

E dopo?
Ero convinta che, dopo di noi,
nulla di questa vita avrei più guardato
con desiderio.
E invece mi trovo a riguardare,
scrutando
con meraviglia
e scopro che tutto mi piace.

Nei tuoi panni.

Nei tuoi panni.
L’Oceano che ho attraversato
ha impressa la memoria di me.
Ciò che sono:
la rabbia e l’amore che compongono e duplicano la mia pelle
perfetta
e il sorriso di luce di perla
e di belva, gaetta.
Io sono:
la rabbia e l’amore
il profumo delle foglie di banano
che avvolgono i panetti di zucchero,
quel sentore
lo stesso che arriva qui, candido e fatale, dall’Oceano.
Di questo veleno adesso mi nutro
Dopo aver tanto cercato di vivere,
E di vita che urla
Nelle gole disperate delle donne che ho incontrato
E che mi avranno per sempre, tatuato.
Come questa che altro non può promettere
Se non questo breve canto
Da stampare
Da leccare
Da legare per sempre
Ai piedi del suo letto.
Incanto.

sabato 29 febbraio 2020

Lo sghignazzo e lo spritz

“Hanno avuto la fortuna di vivere fino a questa età”, ho pensato guardando alcune anziane signore, mentre stringevo in mano il foglio del referto, sul corridoio esterno dell’ospedale di Ponte a Niccheri. Un pensiero improvviso, mai sfiorato prima, in 45 anni di vita. Avevo ancora negli occhi lo sguardo costernato del giovane medico che mi aveva convocata: carcinoma mammario, duttale, infiltrante, eccetera … In quel momento non sapevo quanto sarei diventata esperta, di lì a poco, di tutti i termini ad esso correlati. Restai fredda, chiesi che cosa avrei dovuto fare, quali le prospettive nel breve tempo e presi la porta. Non ricordo se salutai. Dopo pochi minuti mi trovavo ad invidiare vecchie rinsecchite e rincoglionite perché loro, almeno, quel traguardo lo avevano raggiunto. Io, quasi 50enne, senza figli, matrimonio fallito, ospite in una città che stento ancora a sentire mia, avevo aggiunto soltanto il cancro al triste novero. Non ero sola, stavolta. In macchina guardai il viso del mio giovane compagno: stavamo insieme da pochi mesi e già gli avevo scodellato addosso un problema che appariva più grande di ogni sua possibilità. Mi fece una tenerezza immensa, quando dopo pochi minuti di silenzio, mi chiese se avessi voglia di un dolce. Prendemmo un millefoglie da Marisa, muti, e non lo finimmo. A casa pianse, mentre io lo abbracciavo dicendogli di non essere preoccupata, che lo avrei affrontato come avevo affrontato altre difficoltà, senza paura. Non posso dire che non me lo aspettavo, il mostro. Pare che colpisca più facilmente chi già è provato da esperienze traumatiche, perché trova un varco facile nelle ferite dell’anima. Aver lasciato la mia città, nella quale coltivavo i miei interessi, quelli che non sono riuscita più a recuperare; averlo fatto per inseguire un amore falso, un uomo sottilmente violento dal quale sono scappata; la solitudine che ne è seguita; gli anni difficili del precariato lavorativo; i coinquilini e poi un abbandono dolorosissimo da parte di un tale che aveva fatto di tutto per essere il mio compagno. Solitudine, ancora, e la nostalgia amara per i miei genitori, mio padre già malato allora, ghermito anche lui dal mostro. Rabbia, anche, infantile, verso la famiglia che non era stata in grado di tenermi vicina. Era naturale che il cancro trovasse in me un comodo sofà su cui adagiarsi indisturbato. Chissà da quanto tempo, poi! Strana cosa pensare che vivi, lavori, chiacchieri, vai in vacanza, prendi un treno, bevi uno spritz e nel frattempo una cellula malata si affaccia subdola e si impossessa di te, da dentro. Mi pareva di sentirlo sghignazzare, il mostro, ogni notte mentre mi coricavo sul lato sinistro, palpando quella pallina tonda e scivolosa. Finalmente riuscivo a provare tenerezza per me stessa: di colpo non vedevo più i miei difetti, le mie gambe pesanti, i miei capelli ribelli, il naso volitivo. Di colpo mi sono riscoperta ad amarmi, follemente, disperatamente così come ero, proprio mentre temevo che, da qualche parte di lì a poco, mi sarei lasciata sfuggire. Durante il periodo della diagnostica che precede l’intervento mi sembrava di vivere aprendo porte, come posare uno sguardo sempre più lucido sulle cose, sulla vita, sulle persone. Molta gente è scappata, ma le persone giuste sono rimaste e hanno accompagnato intelligentemente il mio cammino di consapevolezza. Della quale non avevo granché bisogno, sia chiaro. Una volta che sopraggiunge, tuttavia, te la tieni e te la spolveri con una certa cura. Il cancro mi ha avvicinata, nel tempo, ad altre donne che pur toccate dalla malattia hanno reagito con forza sovrumana e sono persone con cui amo stare, perché mi parlano della vita con una verità rara. Un pantheon di dee da cui traggo molto della mia quotidianità. Proprio mentre stavo per allontanarmi dai social, mi sono ritrovata a dare il buongiorno sui vari gruppi, partecipare a discussioni, progettare incontri. Pensando a loro mi sento ricca perché ho scoperto un altro modo di voler bene, anche a distanza. Mi innamoro di ciascuna ad ogni battuta scambiata attraverso il web. Chiacchiero con loro anche in assenza, mi fingo nel pensier conversazioni e situazioni. Questo mi fa ridere e mi piace. La decisione di non parlarne ai miei genitori lontani è stata immediata. Mio padre stava per operarsi di cistectomia. Lui non ce l’ha fatta: lo ho perso in estate e non ha mai saputo della malattia della figlia. Sono contenta almeno di questo. Il mio bellissimo papà, quello che- nonostante anziano- le signore della città invidiavano a mia madre e secondo il quale io ero la più bella del mondo. Due giorni prima di morire, gonfio in ospedale, inebetito dal “targin”mi aveva accolta col suo “Bella!”. E mi ci ha sempre fatto credere. Quella voce avrò sempre impressa nel cuore. Nel frattempo, pensando di dovermi sottoporre alla chemioterapia, provavo parrucche, disegnavo sopracciglia e meditavo come nascondere il tutto alla mia famiglia con l’arrivo dell’estate. Lontana dal pensare che il cancro sia un dono, mi ritrovo comunque a ringraziare ogni mattina per la presenza di molte persone. Ringrazio per la presenza del mio fidanzato che l’universo mi ha donato portandolo dal cielo; per mia sorella che ha combattuto con tempra leonina per gestire me e nostro padre e contemporaneamente affrontava l’ondeggiare del suo lavoro ; per il mio lavoro che nel tempo si è stabilizzato; per la casa che- tra mille sacrifici non ancora sfumati e difficoltà- sono riuscita a comperare come se fosse un riscatto per tutto ciò che non ho avuto; per gli studenti che, ogni giorno, vedono la professoressa ridere, sorridere, arrabbiarsi, predicare e non sanno che cosa porta in seno. Ah, il seno! Quello sinistro non c’è più: mastectomia. Al suo posto ho un espansore, una specie di palletta ripiena di liquido fisiologico. Il destro è lì, piccolo, moscio, basso. Chissà che ne sarà! Il mese successivo, dopo il ritiro dell’istologico ero al ristorante, davanti a un fritto di pesce, sorridente e a testa alta. Ho uno scatto di quella sera: avevo una voglia di vita che mi portava via! Gli effetti della terapia ormonale si presentano ogni mattina, con dolori alle gambe e al bacino, sopportabili a giorni alterni. Alcuni giorni mi viene da piangere, ma non posso assumere antidolorifici forti perché ne soffrirei lavorando: insegno e l’attenzione deve essere costante. I capelli leggermente diradati (sono in terapia da aprile 2018), glicemia e colesterolo che prima nemmeno sapevo esistessero da tenere a bada, ciclo scomparso , umore sismico, gonfiori che pare io possa tenere a bada con un buon esercizio fisico che, tuttavia, mi costa fatica, se non denaro. No, non sono scampata, lo so bene, perché la malattia ti prende per mano e ti conduce passo dopo passo nelle sue spire e tu impari a conoscerne ogni sfumatura, ogni aspetto e possibilità di fronte alle quali ti pone. Ti impone persino di non avere più paura di lei, tanto da riuscire a parlarne con la stessa naturalezza che si sfodera parlando di scarpe e cosmesi. Anzi, arrivi al punto di volerne parlare, cerchi l’occasione per farlo anche quando l’imbarazzo degli interlocutori è evidente. Non sono scampata, ci sono dentro, ma come dentro all’Universo: è grande e quindi non lo vedi. Né mi sono mai chiesta perché sia capitato proprio a me. Anzi, mi sono spesso detta che per fortuna ha visitato me e non altri. Me perché posso affrontarla, me perché non ho figli, me perché lavoro nel pubblico e dunque ho qualche tutela in più, me perché, lontana dagli affetti, posso mascherare meglio i momenti difficili.
Io, per adesso, vivo e poi si vedrà . Soltanto, mentre correggo versioni di latino o bevo uno spritz, ogni tanto ci penso che potrei avvertire di nuovo lo sghignazzo stridulo del mostro.